Viva Zeca

A Lisbona la voce di Zeca era per radio verso la mezzanotte del 24 aprile 1974. La voce di Zeca? Ma stiamo scherzando? E poi…quale canzone? Grandola, vila morena?

In ogni angolo un amico
in ogni faccia uguaglianza
è il popolo che comanda

Era un segnale, era il segnale che il movimento rivoluzionario portoghese, guidato dal maggiore Otelo de Carvalho, aveva scelto per comunicare l’inizio della rivoluzione nota come dei garofani.
Era finita l’epoca difficile.
L’epoca in cui il figlio del giudice, José Manuel Cerqueira Afonso (detto Zeca, come tutti i José del Portogallo, però lo Zeca per antonomasia è ormai proprio lui) era nato il 2 agosto del 1929 ad Aveiro. Sensibilissimo fragile, attento e intelligente, aveva vissuto i primi anni della sua vita sballottato da una zia al ricongiungimento con i genitori, prima in Angola, poi a Timor Est, a seguito dei diversi incarichi lavorativi paterni. Sballottato da un’altra zia, poi, al Mozambico, dove si erano trasferiti padre e fratelli. E poi ancora in Portogallo, a casa di uno zio, fervente salazarista, per continuare gli studi liceali. Finito il liceo Zeca si iscrive alla facoltà di Filosofia dell’università di Coimbra e si appassiona alla bohème di queste comitive vestite dei tradizionali mantelli che cantavano quel Fado particolare che è appunto il Fado di Coimbra. Zeca possiede una voce straordinaria, una voce sottile, quasi femminea, non certo stentorea, una voce strana, se la si considera la voce simbolo di una rivoluzione, una voce però meravigliosamente musicale, con un intonazione bella e non fastidiosamente affettata, come sono invece molte voci dei cantanti di Fado. Quella voce s’impone, tanto che Zeca debutta in sala di registrazione come interprete del più tradizionale dei repertori Lusitani. Si sposa, fa figli, si laurea. Però è già stufo della sua cappa di fadista e della cappa di tranquillo e quotidiano orrore del fascismo Portoghese. Se pure dal punto di vista privilegiato delle origini borghesi, s’è già accorto che qualcosa, anzi tutto, non va. È stufo anche di queste canzoni di fatalismo e passionalità posticcia. Già la sua voce obliqua sembra cercare, anche nei primi dischi, la reminiscenza degli infantili soggiorni africani.
È stufo e possiede un eccelso talento di musicista e poeta, dunque comincia a scrivere e a pubblicare canzoni che rivoluzionano tutta la musica portoghese, aprendo la strada alla prima e alla seconda generazione dei cantautori: Adriano Correia de Oliveira (altro personaggio straordinario che tratteremo per esteso), Manuel Freire, Francisco Fanhais (prete e rivoluzionario), e poi José Mario Branco, Sergio Godinho, Fausto, Vitorino, ecc.
Ma quella era ancora un’epoca difficile.

Queste canzoni, seminali per la gioventù portoghese, non solo bellissime, ma anche suscitatrici di molte vocazioni al canto e alla parola armata di suono, non piacciono per nulla alla Pide (la polizia politica) e alla censura, che le colpisce regolarmente. Il nome di Zeca era in cima alla lista degli artisti proibiti affissa in bella vista presso ogni sede radiofonica. Non solo, il professor José Afonso, che ha appunto cominciato ad insegnare per mantenere una seconda moglie e altri due figli, venuti a seguito del naufragio del primo matrimonio, è vittima di una vera persecuzione. Messo in galera per l’appoggio al movimento studentesco dei primi anni ’60, sospeso a più riprese e infine espulso nel ’67 dall’insegnamento, crolla in una serie di depressioni e di conseguenti crisi nervose che lo portano ad essere internato in clinica a più riprese e per mesi interi. Sostanzialmente senza lavoro, Zeca cerca disperatamente di dare una svolta professionale alla sua carriera di cantante, e così viene messo sotto contratto dall’etichetta Orfeo che, in cambio di un dignitoso mensile fisso, pretende un nuovo disco ogni anno. Pur fra tutti i problemi di censura che si sanno, il direttore della Orfeo è innamorato del talento di Zeca, dunque per le esigenze tecniche dei suoi dischi non bada a spese, mandandolo a registrare nei più famosi studi d’Europa. Lì Afonso intraprende una serie di esperimenti ritmici e timbrici, stringendo rapporti con i migliori musicisti del mondo, e producendo un’impressionante serie di capolavori: Traz outro amigo tambem nel 1970, Cantiga do Maio nel 1971, Venhan mas cinco nel 1973, Com as minhas tamanquinhas nel 1976… ma nel ’76 siamo già dopo Os cravos (i garofani)… e, almeno teoricamente, sono finiti i tempi difficili.
Zeca passa senza soluzione di continuità dall’ostracismo alla celebrazione e viene proposto per innumerevoli medaglie e onorificenze che rifiuta regolarmente, ben attento a non trasformarsi in un monumento. Appoggia i processi rivoluzionari, prendendo posizione a favore di alcuni personaggi o movimenti, ma portando avanti anche la forza delle sua critica e della sua visione utopica, quella che faceva dire di lui al grande poeta contemporaneo Manuel Alegre: Um libertario em estado quase puro.
L’epoca difficile è forse finita.

Eppure Zeca non riposa sugli allori, intraprende delle tournées fuori dal Portogallo per creare solidarietà col suo paese, arrivando a non chiedere altro cachet per i suoi spettacoli che un trattore da donare alle coperative di contadini dell’Alentejo. In quest’ottica giunge persino in Italia dove registra un disco di sostegno con Lotta Continua, Manifesto e Avanguardia Operaia che sponsorizzano l’operazione.
Ma da questi cenni di una biografia, tutta politica, emerge forse poco lo spessore dell’opera di Zeca, sottilissima, delicata, sperimentale, assolutamente antiretorica, con un’attenzione agli elementi ritmici che lo accomunano più a Paul Simon o Caetano Veloso che ai cantautori europei. La frequentazione e l’interesse per la cultura africana in generale e angolana in particolare, che va di pari passo con la lotta contro il colonialismo da lui sempre sostenuta, ne fanno un vero pioniere, ahimè poco valutato, della Word Music. Il suo stile è un distillato in cui melodia, sentimento, ritmo, pensiero politico, poesia, convivono al più alto livello possibile. La sua scrittura è abbacinante per la famosa semplicità difficile a farsi. Impossibile chiudere Zeca in un’interpretazione univoca, c’è nelle sue canzoni una fortissima eco popolare, con quel tipico modo che sposa la chiarezza a una visionarietà tutta temperata dall’inesausta curiosità per le forme, i timbri e le strutture.
L’epoca difficile sarà forse finita, ma Zeca è sempre e ancora alle prese con una realtà difficile da raccontare, da riflettere, e poi con un nemico oscuro e tremendo che lo rode da dentro. Nel 1982 gli viene diagnosticata la sclerosi laterale amiotrofica, una terribile malattia che distrugge il sistema nervoso, riducendo all’immobilità e all’asfissia. Zeca non molla, reagisce, si cura, registra un disco stupendo, il suo testamento spirituale, Como se fora seu filho nel 1983, e poi ancora nel 1985, pur non essendo più in grado di cantare, si rifiuta di consegnarsi al silenzio che la malattia gli imporrebbe e convoca un gruppo di grandi cantanti amici che gli prestano la voce registrando Galinhas do mato.
Questa è un epoca difficile. Dalle 3 del mattino del 23 febbraio 1987, Zeca Afonso, arrivato alla soglia dei 57 anni, tace per sempre. Ci ha però lasciato un’opera immensa, un’ancora più immensa speranza e una canzone non solo simbolo ma ragione ed arma di resistenza. Ci si è spesso affannati ad affermare che “a canzoni non si fan rivoluzioni”. Beh, Zeca c’è riuscito. Ed è una cosa che mi fa tremar le dita ogni volta che le accosto alla chitarra.
Verso i primi minuti del 25 aprile 1974 la voce di Zeca era per radio.
Ma stiamo scherzando? E che cos’è? La rivoluzione?

Alessio Lega
alessio.lega@fastwebnet.it

Texto retirado daqui

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